Oltre la metà del traffico Internet non è umano
Posted on | marzo 20, 2012 | No Comments
Ne sono responsabili gli “Smart objects”, gli elettrodomestici e gli apparecchi che teniamo in casa, in ufficio e anche in automobile, che attraverso le reti wireless (Bluetooth, WiFi, GSM, 3G) comunicano tra loro intavolando vere e proprie comunicazioni “machine-to-machine”. L’esempio meglio calzante è dato dalle applicazioni della domotica che si sono evolute nel concetto riunito di “smart home”: il frigorifero che ci avvisa via SMS della ridotta scorta di latte, l’accensione da remoto così da farci trovare l’arrosto pronto al nostro ritorno, l’attivazione di un dato programma della lavatrice in base a ciò che abbiamo caricato e così via. O più semplicemente – e più realisticamente – la lettura dei nuovi contatori intelligenti da parte dell’azienda elettrica per addebitarci gli esatti consumi e salvarci dai tanto temuti conguagli o ancora dei dispositivi montati in auto per tener traccia della nostra posizione e comunicarla ai soccorritori in caso di incidentee o avaria del veicolo.
Ma non solo: nel futuristico scenario di un mondo “governato” dalle macchine come nei migliori Terminator, si aggiungono le azioni fraudolente di programmi hacker, spoofer, phisher e malware in generale, programmi fraudolenti che, a differenza degli ormai famosi e desueti “virus” che danneggiavano il nostro PC, si installano e sopravvedono tutte le nostre attività, compresa la navigazione nel sito della banca o della clinica dove abbiamo svolto l’ultimo esame di routine.
Qualcuno già grida all’allarme privacy, obiettando che le comunicazioni tra automi “pensanti” espongono i nostri dati agli usi più disparati. Ma è il solito grido da esperti dell’ultima ora, come quelli che non acquistano l’ultimissimo computer o il più recente smartphone perché “so che ha dei problemi” .
In realtà il problema ha ben altro significato e maggiori risvolti sia in termini pratici che in termini sociali: un distacco – neanche troppo difficile a venire – dalle aspettative umane, una virata di Internet verso materie non più centrali della vita quotidiana (come l’e-government, l’e-learning, l’e-commerce), abbracciando ambiti molto più tecnologici ed “aziendali”.
Insomma, solo il 49% del traffico dati che attraversa la Rete mondiale è generato da utilizzo “umano”, cioè con un operatore davanti allo schermo. L’Uomo ha costruito la Macchina Internet per le Macchine, la Rete diventa un luogo sempre più autoreferenziale.
Il flop in Technicolor e in Mondovisione di Volunia
Posted on | marzo 2, 2012 | No Comments

La videata del rifiuto di Volunia
L’annuncio, la roboante presentazione e – diciamolo! – un pizzico di campanilismo Italico ci avevano messo in squadra, tutti insieme a fare il tifo per Volunia, il (ormai) pretenzioso, nuovo motore di ricerca che doveva dare filo da torcere alle major (Google in testa) e porsi addirittura prima di Google stessa quanto a possibilità offerte. Parole dello stesso creatore, Massimo Marchiori.
All’estero, fin dai giorni dell’annuncio, Volunia è stato definito “aria fritta” (“hot air” in inglese).
Ho chiesto l’accesso come power-user il 18 novembre 2011, mi sono iscritto ed ho pazientemente atteso una comunicazione di ritorno. Quando mi è giunta – era il 21 febbraio 2012 – la mail recitava
Congratulazioni!
Sei stato selezionato per diventare Power User.
Non perdere neanche un minuto. Clicca il pulsante e completa subito la tua attivazione a Power User.Attivare il tuo profilo Power User ti permette di avere:
L’accesso esclusivo a Volunia in anteprima mondiale.
Un canale di feedback diretto con il team Volunia.
Informazioni in esclusiva sui passi successivi di Volunia.
Bonus per far attivare, direttamente come Power User, i tuoi amici.
Ho cliccato il bottone “Completa attivazione” e mi è giunta una nuova mail con la richiesta di invitare gli amici, cosa che ho eseguito con perfetta diligenza. …e basta.
L’accesso a Volunia però, resta un miraggio. Immetto le credenziali che avevo scelto ma vengo sempre respinto, richiedo il loro recupero o il rilascio di nuove ma niente da fare. Insomma: Volunia NON FUNZIONA! Peccato.
Peccato perchè un progetto Italiano avrebbe fatto piacere; peccato perchè l’autore del sito è anche il padre dell’algoritmo PageRank alla base di quello di Google; peccato perchè è un ricercatore ed un matematico simato (insegna all’università di Padova); peccato anche perchè con quell’annuncio così altisonante le aspettative erano veramente elevate e la figuraccia – purtroppo – lo è stata altrettanto.
Privacy e trasparenza: il nuovo ossimoro di Google che non piace alla UE (e non solo)
Posted on | febbraio 28, 2012 | No Comments

Nuove norme Google sulla privacy
E’ il primo marzo 2012 il giorno fatidico: entrano in vigore le nuove norme sulla privacy di Google (“sono cose importanti” recita il mini-popup che viene presentato ad ogni consultazione di uno dei servizi di G.). Norme che, però, non incontrano nè il favore dei governi Europei – che avevano chiesto un rinvio – nè di quelli di ben 36 stati (ben oltre la metà!) dell’Unione.
E sono proprio i principali Stati USA, dalla California a New York al Texas, che credono che la riservatezza dei dati personali degli utenti sarà di molto ridotta e che gli accorgimenti messi in atto da Google per proteggerli non siano sufficienti, perchè accettando la nuova privacy policy, l’utilizzo del motore di ricerca di Google o di Gmail, l’uso di un cellulare basato su Android, fare +1 su Google+ o guardare un videoclip su YouTube faranno cadere i dati degli utenti in un unico calderone.
Nella miriade di servizi attivi e consultabili di BigG, l’utente doveva accettare (ed avrebbe dovuto leggere ed interpretare) un “kit” di norme su privacy e trasparenza per ognuno di essi (ben 60). Adesso – secondo Google – sarà tutto più semplice: un unico protocollo normativo riunito che informa l’utente che i suoi dati di navigazione (nella ricerca, ad esempio, come nell’uso di YouTube) saranno utilizzati per creare un’esperienza di navigazione unica e ancor più utile e pertinente ai propri gusti e alle proprie esigenze.
Google infatti, afferma che le nuove norme vengono applicate nel pieno interesse dell’utente
Creando un sistema più semplice senza cambiare l’approccio alla privacy: non acquisiremo più informazioni in virtù di questi cambiamenti né venderemo le vostre informazioni personali agli inserzionisti pubblicitari. Ci limiteremo a utilizzare le informazioni che già ci fornite in modo da rendere migliore l’esperienza di utenti. Combinando i dati collezionati sulle varie piattaforme, infatti, l’intelligenza artificiale di Google farà un balzo avanti, offrendo agli utenti servizi e risposte alle ricerche molto più «profilati» e, quindi, utili.
Non che il contendere sia di facile soluzione: la riunificazione dei 60 diversi kit privacy di Google in un unica normativa – applicata di fatto e senza accettare rinvii – è materia “legalese” di difficile interpretazione per l’Uomo della Strada, si immagini quanto più difficile sia la comprensione di essa da parte dei giovani, che sempre più si affacciano ai social network (YouTube e Google+ lo sono anch’essi di fatto) e che – inconsapevoli – pubblicano in rete ogni cosa per essere al pari (anzi: “più avanti”) dei coetanei.
E il fatto che Google basi il proprio modello di business, proprio sui dati immessi nella Rete da publisher, utenti e prosumer, lascia spazio a numerosi interrogativi.
Con OnLive, Windows 7, Flash e Office sull’Apple iPad. Com’è possibile?
Posted on | febbraio 25, 2012 | No Comments

Non è una notizia nuovissima ma ancor meno lo è la tecnologia che si nasconde dietro questo nuovo servizio offerto dalla californiana OnLive, ai possessori del tablet made in Apple, l’iPad.
Specializzati già da tempo nei servizi di “gaming-on-demand” su cloud, dicono di se stessi:
OnLive is the pioneer of on-demand, instant-action cloud computing and instant-play video game services, delivering real-time interactive experiences and rich media through the Internet.
Attenzione, però, l’azienda di Palo Alto non promette di farci installare in maniera nativa una versione “tablettizzata” di Windows 7 sul nostro iPad, ma piuttosto di mettere a nostra disposizione un’istanza remota dell’OS di Microsoft, accessibile attraverso la connessione WiFi o 3G del nostro dispositivo. Con tutti i limiti che ne derivano, specie in Italia.
Più che una di vera e propria innovazione tecnologica quindi, OnLive si rende protagonista dell’offerta di un servizio pay-per-use, che riunisce in sè una connessione RDP, un server Windows 7 virtuale accessibile da remoto (via Remote Desktop, appunto), di uno storage da 2GB basato su cloud e delle applicazioni del pacchetto Microsoft Office.

L’accesso al servizio è gratuito nel piano “Standard” al quale si accede grazie ad un’App (gratuita anch’essa) da scaricare dall’App Store di Apple ed include l’uso di MS Word, MS Excel, MS PowerPoint (per le presentazioni da creare e proiettare direttamente dall’iPad) e l’Adobe Reader per consultare i documenti in PDF, il tutto accompagnato da 2 GB di memoria per salvare i propri documenti e consultarli dovunque ci si trovi.
Ma è con il piano “Plus” – a 4,99 dollari al mese (3,7 euro al cambio odierno) – che OnLive si arricchisce delle funzioni Flash e di un “cloud-accelerated web browsing” e di un “lightning fast transfer of web mail attachment” che sembrano significare “più prestazioni se usi il servizio a pagamento invece che quello “free”. In fondo se proprio vi serve Flash e la velocità è il vostro mestiere, una quarantina di euro l’anno possono anche essere spesi per questo servizio.
Personalmente, avendo diversi server (fisici e VPS e non solo windows) da gestire, attivi h24, già da qualche anno e ancora da quando avevo l’iPhone 3GS, utilizzo Mocha RDP per accedere da remoto e gestire i server Windows, compreso quello che ho a casa (che è proprio un Windows 7). Grazie a Mocha RDP e a Dropbox, sono in grado di spostare documenti e file anche di grosse dimensioni da un server all’altro e, con l’ausilio di “Prompt” un’App per iPhone e iPad che mi permette connessioni SSH verso server Posix e *nix.
E’ evidente che già da solo faccio un po’ “cloud” e, quindi, OnLive non è proprio la mia killer-app, ma per quanti sono sempre in movimento ed hanno necessità di disporre sempre dei propri documenti e di poterli modificare in punta di dita, credo che rappresenti un must, per di più gratuito da installare sul proprio iPad, a patto di disporre di connessioni WiFi dignitose lungo il percorso o in alternativa di avere un’ottimo piano dati con il proprio operatore telefonico.
Il mobile marketing e mobile advertising in crescita in Italia
Posted on | febbraio 23, 2012 | 1 Comment
Lo spostamento – da parte dei gestori delle reti di telefonia e connettività mobile – del proprio focus aziendale dal mercato business e corporate a quello consumer ha causato – buon per loro – un’inarrestabile crescita del mercato delle TLC. In particolare, le novità introdotte in campo tecnologico negli ultimi anni, hanno “convinto” anche fasce di utenza storicamente resistenti come le donne e gli adulti over 45.
E’ un dato che viene da uno studio del Politecnico di Milano, che rileva, inoltre la forte crescita del mercato pubblicitario erogato sul web mobile. Nel 2011, infatti, l’incremento del consumo pubblicitario su dispositivi come tablet, smartphone e palmari ha raggiunto il 50% rispetto all’anno precedente, rappresentando così il 5% sul mercato complessivo della pubblicità web.
Ed è proprio sul mobile, che aziende, publisher ed agenzie di comunicazione devono cercare le nuove strade per raggiungere le proprie audience, motivandole con contenuti sempre più pertinenti, legati alle preferenze del singolo utente, alla sua posizione geografica e al proprio stato di attività.
Il web marketing mobile o mobile advertising che dir si voglia, tenendo conto della posizione e dell’attività corrente dell’utilizzatore, può offrire ai prosumer contenuti comunicativi in grado di generare vendite e revenue grazie alla geolocalizzazione e ai contenuti correlati ai luoghi, aumentando i ricavi per gli inserzionisti.
Di più, il concetto di web marketing si sposta dai risultati dei motori di ricerca (SERP) alle applicazioni sponsorizzate, alternando nelle app utilizate i contenuti di servizio con quelli pubblicitari, fornendo all’utilizzatore di navigatori, servizi meteo, servizi di instant mesagging e client di posta elettronica, le inserzioni più vicine ai suoi interessi.
Ma ancora di più possono le applicazioni mobile per le reti sociali, dove l’utilizzatore perennemente “in linea”, manifesta circa i contenuti visitati, il proprio consenso o il proprio dissenso al proprio gruppo di contatti e ne riceve feedback continui e in tempo reale.
Tutte le figure professionali ed aziendali dovranno tenere in conto il proprio coinvolgimento nel mondo social (Facebook in testa) per ottenere contatti di qualità e conversioni con il più vecchio dei sistemi comunicativi inventati dall’uomo: il tam-tam.
Tags: mobile advertising > prosumer > pubblicità web > social network > web marketing mobile
Operatori turistici e commercialisti ripartono dal web marketing
Posted on | febbraio 22, 2012 | 1 Comment

Il traffico Internet nel mondo
Nella mia consueta – e sempre più fugace – quotidiana scorsa delle notizie tecnologiche, oggi mi sono imbattuto in due “notizie” fresche di stampa. Il virgolettato è d’obbligo perchè quanto vi si dice mi sembra non solo di un’ovvietà senza precedenti, ma anche perchè nessuna delle due rappresenta una novità. Anzi.
La prima – in ordine di lettura – è sull’edizione web di un giornale di la Spezia (in fondo, il link all’articolo) che titola “Marketing e turismo, per lanciarsi bisogna partire dal web” e la seconda sul web di ADN Kronos che apre con “Per le aziende in arrivo il consulente esperto di web marketing“.
Il giornale ligure riporta l’iniziativa di Legacoop Liguria che riguarda l’organizzazione di un corso per gli associati del settore turistico, che già impegna trenta cooperative spezzine e che fa parte di un progetto più ampio di messa in visibilità degli operatori turistici della zona. La docente, Roberta Milano, dice del corso: “Oggi internet ha impattato sul turismo in maniera molto forte, quindi è necessario che le imprese che si occupano di turismo imparino a prendere dimestichezza con la rete, con il suo linguaggio e con la sua grammatica. Questo è molto utile soprattutto per quelle nicchie che vengono cercate molto lato domanda mentre lato offerta non riescono a comunicare le proprie specificità”.
ADN Kronos, invece parla della necessità per i “nuovi” consulenti fiscali e commerciali di inserire nei propri studi, la figura del consulente aziendale a 360 gradi, utilizzatore esperto di web marketing che – grazie agli strumenti digitali, sa rispondere alle esigenze delle aziende. Una capacità che si traduce anche in un’opportunità per i giovani per l’inserimento nel mondo del lavoro.
Il tutor, Simone Brancozzi, ne dice: “Il nuovo commercialista deve ritornare a fare il consulente aziendale, rispondendo, dunque, alle esigenze delle stesse aziende, perché è l’unico che ha competenza e qualità per farlo. La classifica di tali esigenze vede, innanzitutto, il riuscire a trovare i clienti, cosa che comporta la capacità di dare una consulenza nel campo del marketing e, soprattutto, del web marketing. Sicuramente ci sarà meno bisogno di fiscalisti e - avverte - più bisogno di esperti di web marketing“.
Entrambi gli articoli continuano con ulteriori considerazioni circa l’opportunità di avvalersi di Internet, del web, delle tecnologie, della visibilità on-line, di spostare l’operatività professionale sul web.
Personalmente mi occupo di marketing turistico da sei anni (il primo portale sull’accoglienza alberghiera che ho realizzato nel 2006 era hotelScout il cui accesso è sempre stato gratuito) e quando ho cominciato a contattare via DEM le direzioni alberghiere perchè completassero i propri dati, la sensazione che ne ho ricavato fu quella di persone già stanche o quanto meno stressate dalla miriade di opportunità prospettate loro da agenzie, operatori e sedicenti esperti del settore. Ma non solo.
Tutti o quasi gli operatori che hanno acceduto all’area riservata su hotelScout per modificare i propri dati, aggiungere immagini ed offerte speciali, hanno dimostrato una dimestichezza non comune per un medio utilizzatore di PC e di Internet, ma anzi, hanno da subito saputo redigere i propri testi in modo “SEO Friendly“, hanno cioè, da subito scritto contenuti descrittivi esaustivi e chiari oltre che di qualità per la successiva indicizzazione. E la maggior parte delle transazioni turistiche viene già svolta sul web o in agenzia ma sempre dopo un’accurata ricerca in Internet.
L’esigenza, quindi, di visibilità è ben più vecchia che “negli ultimi tempi” – direi di almeno dieci anni – durante i quali, però, le opportunità di messa in visibilità di questi operatori sono state soffocate dalla nascita di centinaia di siti (e di milioni di pagine) che spesso, offuscano i risultati di ricerca e confondono il navigatore (della Rete, s’intende) cercando di attrarlo sul proprio sistema di booking, altra ferita aperta nel fianco degli albergatori. Troppa informazione = nessuna informazione.
Così nel caso del superconsulente fiscale che – abbandonata la calcolatrice scientifica ed imbracciato il mouse, si renderebbe capace di sviluppare – in studio – strategie di visibilità on line e campagne di web marketing.
Non credo che – nello scenario del digital divide italiano – si possa parlare di “ripartenza” per qualcuno o qualcosa. Piuttosto è un lavoro svolto alla base della cultura Italica dei mass-media (nei quali entra giocoforza Internet) che potrà offrire nuovo slancio a tutte le attività del Bel Paese, non solo a quelle turistiche o professionali. La penetrazione dell’uso di Internet nell’e-learning e nell’e-government infonderà crescente fiducia nell’ancor diffidente navigatore italiano che sempre più e sempre meglio, utilizzerà lo strumento tecnologico anche per eseguire pagamenti con moneta elettronica.
L’articolo di Città della Spezia
La falla della crittografia web, un’altra caccia alle streghe
Posted on | febbraio 17, 2012 | No Comments

Una falla nel sistema di criptazione web
Alla pari del “Millennium bug” o di altri eventi dell’era digitale definiti “catastrofici”, un nuovo Martello delle Streghe si para all’orizzonte: la falla nel sistema di criptazione dei dati delle transazioni online.
Detta così sembra il sottotitolo di un film americano, alla stregua di Die Hard o di Intrigo Internazionale, invece è l’annuncio – naturalmente sensazionalistico – che i media danno della scoperta fatta da due gruppi di ricercatori -californiano e svizzero – circa la vulnerabilità dell’algoritmo di generazione delle chiavi di codifica, alla base di tutte le transazioni digitali che vengono svolte su Internet, comprese quelle relative alla posta elettronica, agli scambi economici e finanziari e all’home-banking.
L’aspetto più grottesco del nuovo “bug” non consiste tanto nell’entità del problema (limitato allo 0,38% degli utenti di Internet ma pur degno di opportuna considerazione), quanto il fatto che a fare sensazione restano solo i titoloni di giornali e siti web.
E mi spiego subito: il problema c’è, esiste e, per quanto limitato allo 0,38% dei casi, può comunque dare spazio ad azioni fraudolente che danneggerebbero persone – per lo più “comuni” – che ignare, si vedrebbero derubate dei propri soldi o della propria identità digitale. Ma è anche vero che lo studio svolto dai ricercatori ha tenuto conto più di una statistica che di un vero e proprio attacco a fini di verifica. In altre parole, l’entità del problema – in termini pratici – è meno che teorica ed il reale verificarsi di perdita di sicurezza ha una probabilità davvero infinitesimale di accadere.
Piuttosto, il problema risiede nella credibilità del sistema Internet quale luogo sicuro per spostare una parte importante della propria vita – personale o professionale che sia.
Se nella già “digitalmente divisa” Italia, esiste una penetrazione dell’uso di Internet del solo 53% (numero di famiglie che usano Internet – Dati Eurostat), la fiducia nel nuovo mezzo digitale può solo ridursi ulteriormente per la reputazione di insicurezza (sia pure bassa, ma non pari allo 0%) che deriva da annunci come questo. Ed il divario con i fratelli/competitor del resto d’Europa non può che aumentare.
In testa alla classifica europea dei più digitalizzati del Vecchio Continente abbiamo l’olanda, con una penetrazione pari al 90% mentre in coda troviamo la Bulgaria con un (comunque) dignitoso 30%. Il Bel Paese, con il suo 53% è affiancata da Spagna, Repubblica Ceca, Ungheria e Cipro. E sì che era una delle Potenze Industriali!
E l’uso di Internet come strumento quotidiano non è auspicato da Eurostat solo per lo sviluppo delle transazioni bancarie e di trading, ma anche per lo sviluppo e la diffusione in tutti gli strati sociali di servizi digitali quali la formazione, la diffusione della conoscenza ed i servizi governativi al cittadino.
Per tornare al problema: la crittografia web si basa su un concetto a “chiave pubblica”, con il quale vengono generati tre numeri primi in maniera pseudo-casuale (un computer non ha alcun modo di ottenere un numero veramente casuale, la generazione deve sempre comprendere un calcolo che – solo per la sua grande complicazione – rende il numero generato impossibile da prevedere ); questi tre numeri vengono poi utilizzati per codificare i dati in ingresso prima che questi vengano immessi in Rete ed un processo analogo ma inverso viene utilizzato dal destinatario per ottenere i dati originali.
I due gruppi di ricercatori hanno analizzato oltre sette milioni di queste chiavi pubbliche, ma 27.000 di esse sono risultate non completamente affidabili e pertanto, considerate a rischio intrusione. Il problema – pare – risieda nell’algoritmo di generazione delle chiavi, il concetto alla base del calcolo (il computer è un entità deterministica, non “estrae” in modo stocastico ma “calcola”, sempre) delle triplette che non possono più essere considerate “casuali” o “stocastiche”, ma prevedibili proprio a causa dell’entità deterministica.
L’aspetto veramente preoccupante – non nel caso specifico, ripeto, ma più in generale nei confronti della materia digitale – è che gli stessi scopritori del “difetto” non sanno stabilire quale ne sia la causa. Ma a rendere il problema ancor più serio, sono le continue innovazioni sul piano delle prestazioni dell’hardware che – accolte sempre con grande entusiasmo – permettono anche tempi di elaborazione infinitesimali, non sempre per scopi leciti.
I social media in Italia
Posted on | febbraio 10, 2012 | No Comments

Ecco una piccola rassegna della percezione della comunicazione attraverso social media in Italia

